Tratto dalla prefazione del libro "Jane".

La poesia come momento liberatorio e catartico, il verso come lancia o spada puntata verso un mondo incapace di comprendere le sue ansie, i suoi pensieri, il suo desiderio di andare "oltre" i circoscritti limiti delle convenienze: questa è Giuseppina Masci, autrice di questa silloge che giunge come elemento finale
di un lungo periodo di elaborazione e gestazione di sensazioni derivanti da un intenso vivere e condividere.
E' una poesia combattiva quella dell'Autrice, come del resto lo è lei, incapace di accettare con passività il fruire dei giorni, troppo curiosa di scoprirne il senso e i messaggi che portano con sé.

Questa determinazione e questa curiosità conducono la Masci verso l'approfondimento delle emozioni che prova alla ricerca di un perchè più sostanziale ed esaustivo: il suo "sentire a pelle" è un mezzo per mettere in moto i suoi sensi e dare loro l'input di indagare e comprendere ciò che in lei si materializza attraverso le sensazioni che prova. Ed ecco che questo sforzo diviene poesia, lasciando decantare quell'irrazionale ma significativo "sentire" iniziale per giungere al cuore di quelle sensazioni; sofferti, spogliati di ogni retorica, i versi di Giuseppina Masci tracciano sentieri che diventano "guide" e provocazioni anche per il lettore, chiamato in causa dalla sua "delirante lucidità" che spiazza ogni difesa obbligando a seguirla verso quella "verità" da ricercare ad ogni costo.

Una silloge matura, nella quale l'Autrice pone se stessa come osservatrice / protagonista degli eventi che si consumano intorno e accanto a lei: in questa duplice veste pone un partecipato distacco nei confronti di ciò che descrive non rinunciando ad una necessaria oggettività che pure riesce a garantire una preziosa oggettività.
Giuseppina Masci non teme il giudizio e si propone con questi versi nella sua identità più vera, certa che ciò che interessa al lettore non sia il suo vissuto personale in sé, quanto ciò che questo ha significato nei confronti delle esperienze di vita e nelle interelazioni con quella parte di umanità con la quale ha avuto a che fare.
Da questo deriva il fascino delle sue poesie: un libero navigare per procellosi mari nei quali è possibile perdersi ma anche, come è stato per lei, diventare un ottimo capitano e guidare con sicurezza e determinazione la nave in porto.

Stefano Mecenate